venerdì 11 marzo 2011

Il Canale di Sicilia, un patrimonio di biodiversità

Tra progetti scientifici e insidie ambientali

Gorgonia a frusta
(Viminella flagellum)
Una notizia buona e una cattiva.
Quella buona. Si conclude quest’anno il progetto “Biodiversità Canale di Sicilia”, un programma di ricerca iniziato nel 2009, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e svolto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). La buona notizia sta nei risultati che questo studio ha prodotto finora e cioè nella conferma dell’esistenza, nel tratto di mare che separa la Sicilia dalla Tunisia, di un vero e proprio “santuario di biodiversità”. Accanto alla verifica del ruolo svolto dalle isole di Pantelleria, Lampedusa e Linosa nella riproduzione dello squalo bianco e delle tartarughe marine e all‘importanza che queste acque ricche di plancton hanno per l’alimentazione delle balenottere, si è aggiunta l’osservazione di specie mai viste nei mari italiani. Dalla gorgonia arancione (Elisella paraplexauroides), a quella a frusta (Viminella flagellum), alla Swiftia pallida, un’altra specie rarissima di gorgonia che ricopre completamente grandi pareti rocciose. Ma anche varie specie di corallo nero, come Antipathella subpinnata, Antipathes dichotoma e Parantipathes larix, gli ultimi due molto rari. Nei punti dove il Canale di Sicilia diventa più profondo, poi, sono stati scoperti numerosi reef di corallo fossile di Lophelia pertusa e Madrepora oculata, resti di quelle che un tempo costituivano vere e proprie barriere coralline, analoghe a quelle presenti oggi nel Mar Rosso.

Parazoanthus axinellae

Questi importanti e confortanti risultati sul Mare Nostrum che ci descrivono il Canale di Sicilia come un’area privilegiata del Mediterraneo, luogo dove il bacino orientale e quello occidentale s’incontrano consentendo il mescolamento delle specie di origine atlantica con quelle che risalgono dal Golfo di Suez, sono stati ottenuti con l’impiego di strumentazione ad alta tecnologia. Con un ROV (Remotely Operated Vehicle), robot sottomarino comandato a distanza, i ricercatori dell’ISPRA sono stati in grado di esplorare quel tratto di mare fino alle profondità di 500 metri, riuscendo a documentare la presenza di specie rare con immagini in alta definizione mai ottenute prima. Utilizzando anche trasmettitori satellitari e acustici hanno potuto seguire gli spostamenti di branchi di pesci e studiarne le migrazioni.
Insomma un bell’esempio di come, nonostante le scelte di politica della ricerca che contraddistinguono il nostro paese, la scienza italiana riesce lo stesso a ottenere risultati di grande qualità e di fondamentale importanza per la collettività: la salute del nostro mare è direttamente collegata alla salute degli uomini che ci vivono e utilizzano le sue risorse.

Corallo bianco

E ora la notizia cattiva. Nella zona di Pantelleria e in altri tratti del Canale di Sicilia da qualche tempo sono cominciate trivellazioni petrolifere che hanno rivelato l’esistenza di ricchi giacimenti. La preoccupazione che quest’area di grande importanza ambientale, già gravata da un consistente traffico marittimo, sia messa a repentaglio dallo sviluppo dell’attività estrattiva è grande. In questi giorni la società australiana AuDax sta effettuando una serie di rilevazioni atte all’individuazione di petrolio e gas e qualche mese fa l’inglese Northern Petroleum, per conto della Shell, ha condotto indagini simili che, evidentemente, hanno dato esito positivo se i responsabili della società hanno annunciato ai loro azionisti la decisione di dare avvio alle trivellazioni entro la fine del prossimo mese di aprile.
Il timore di veder realizzate piattaforme petrolifere a poca distanza dalle coste di Pantelleria ha provocato reazioni e polemiche e la richiesta della realizzazione di un’Area Marina Protetta, progetto fermo ormai da anni, la sola misura che impedirebbe, secondo la legge italiana, la costruzione d’impianti a meno di 12 miglia dalla costa.


Ma a ben vedere, pur se auspicabile, l’istituzione di un’area protetta nelle acque italiane non ci metterebbe al riparo dal rischio di terribili disastri ambientali. Il Mediterraneo non è il Golfo del Messico, è un bacino semichiuso con un ricambio delle acque lentissimo. Se abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini delle conseguenze del disastro provocato dalla piattaforma della BP, i cui effetti sull’ecosistema marino della Louisiana continueranno a essere rilevanti per molti anni, possiamo immaginare quello che accadrebbe a tutto il Canale di Sicilia e, ancora di più, a tutto il Mediterraneo nel caso di un incidente analogo, visto che le perforazioni dovrebbero riguardare tratti di mare molto profondi con tutti i problemi già evidenziati dal caso americano. Appare quindi fondamentale, come si legge nel comunicato stampa dell’ISPRA, che l’iniziativa di un’area protetta «andrebbe affiancata dalla creazione di aree di tutela di alto mare nel Canale di Sicilia, in modo da proteggere la Biodiversità marina e garantire una barriera per tutte le attività di esplorazione e sfruttamento petrolifero.»
Al nostro governo la questione interessa?

pubblicato su Cronache Laiche

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