sabato 25 giugno 2011

Cure assicurate

Gli effetti del decreto legge del 14 luglio 2009

Se qualcuno pensa che la cultura scientifica in questo paese sia già sufficientemente bistrattata, si sbaglia di grosso. Certo in questi anni, forse sarebbe meglio dire decenni, si è fatto molto. Tagli ai finanziamenti destinati alla ricerca, riforme cervellotiche dell’università, tentativi comici di ridimensionare lo studio del darwinismo nelle scuole, nomine paradossali ai vertici degli enti di ricerca, come quella che vede sedere alla vicepresidenza del CNR un professore di Storia del Cristianesimo, che insegna in un’università retta dai Legionari di Cristo e che si dichiara ostile ai fondamenti del pensiero biologico moderno. Si è fatto molto, non c’è che dire, ma si può fare di più. Si può, per esempio, penalizzare alcuni settori di ricerca con l’introduzione di norme legislative che, di fatto, ne impediscano l’operato. Magari, se si usa un po’ di fantasia, favorendo anche ambienti che fanno da sempre sentire il fiato sul collo ai nostri governanti.

Con il Decreto Legge del 14 luglio 2009 del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, entrato in vigore nel marzo dell’anno successivo, relativo ai «Requisiti minimi per le polizze assicurative a tutela dei soggetti partecipanti alle sperimentazioni cliniche dei medicinali», si sono presi due piccioni con una fava. Oltre a favorire un settore particolarmente caro al nostro Presidente del Consiglio, quello delle compagnie di assicurazione, si è messo in atto uno strumento in grado di spostare la ricerca dagli scienziati indipendenti, che lavorano nelle strutture pubbliche e negli enti no profit, alle grandi multinazionali del farmaco, una lobby che viene indicata solitamente con il termine Big Pharma e che, evidentemente, ha fatto intendere le sue ragioni nelle stanze che contano.

Com’è stato possibile? Semplice, con una norma all’apparenza sacrosanta: quella di obbligare chi fa ricerca clinica di dotarsi di una specifica polizza assicurativa, relativa allo studio che sta compiendo, volta a tutelare i pazienti che volontariamente si sottopongono a questo tipo di sperimentazione, fondamentale per assicurare la validità di una cura. Si dirà: «che cosa c’è di male? Non si devono forse proteggere quelle persone che, con generosità e coraggio, si prestano a fare da “cavia” per uno studio che sarà utile a tutti?» Evidentemente sì, ci mancherebbe altro! Ma è senz’altro sufficiente, come si faceva fino all’entrata in vigore del provvedimento, consentire che questo tipo di studi possa usufruire della copertura assicurativa dell’ente ospedaliero ospitante, più che sufficiente a coprire i rischi di studi non pianificati per l’autorizzazione al commercio di un nuovo prodotto (come nel caso delle industrie farmaceutiche) e che utilizzano medicine in commercio delle quali si conoscono gli effetti collaterali.

I costi aggiuntivi dovuti all’accensione di un’assicurazione hanno dato una bella stoccata a tutti gli studi indipendenti volti alla sperimentazione clinica di farmaci. L’iniziativa del governo significa una spesa in più pari a circa il 10-15 per cento del costo dello studio, una cifra sostenibile per un’industria farmaceutica ma proibitiva per un gruppo di ricerca indipendente. Costi aggiuntivi che si traducono in “profitti aggiuntivi” per le assicurazioni: l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) finanzia studi indipendenti, ogni anno, per circa 25-30 milioni di euro, il che significa qualcosa come 4 milioni di euro che, grazie al decreto suddetto, entrano nelle casse delle compagnie assicurative.


E questi sono i risultati: «La ricerca clinica indipendente nel settore dell’oncologia pediatrica in Italia è bloccata da due anni», dichiara in un recente comunicato stampa il dottor Fulvio Porta, presidente AIEOP (Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica). E aggiunge: «si tratta di una situazione allarmante che mette a rischio la qualità delle cure dei bambini colpiti da tumore, costretti a migrare nei centri in grado di sostenere le spese necessarie». Sono circa 1500 i bambini che ogni anno si ammalano di leucemia, di altre neoplasie del sistema nervoso centrale, di linfomi e se l’80% di loro guarisce e ha una buona qualità della vita lo si deve soprattutto ai protocolli sperimentali della ricerca indipendente. Infatti, come spiega efficacemente il prof. Andrea Pession della Clinica Pediatrica di Bologna e responsabile del centro operativo dell’AIEOP, «gli studi clinici nell’adulto sono sponsorizzati prevalentemente dalle case farmaceutiche, le neoplasie pediatriche, invece, sono considerate malattie rare e possono essere studiate e curate proprio grazie alla ricerca indipendente, priva di ricadute commerciali». Il risultato è completo: oltre a frenare (e in molti casi a bloccare) la ricerca clinica indipendente a tutto vantaggio delle industrie del farmaco, nei casi delle malattie rare la sperimentazione si ferma e non si fa più da nessun'altra parte.

Silvio Garattini
Insomma ancora una volta chi decide le sorti della ricerca in Italia si adopera per favorire interessi che, sottraendo risorse economiche, minano il nostro diritto alla salute e preferisce alimentare il marketing delle industrie del farmaco piuttosto che favorire la ricerca no profit, se è vero, come afferma Silvio Garattini direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, che « il 50% dei farmaci in circolazione è inutile e potrebbe essere eliminato senza problemi».







pubblicato su Cronache Laiche

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