venerdì 25 novembre 2011

La curiosità porta lontano

C’è vita su Marte?


Le suggestioni legate a Marte e alla possibilità di trovarvi delle forme di vita superiori o delle testimonianze di civiltà tecnologicamente avanzate paragonabili alla nostra resistono, oggi, solamente in alcune trasmissioni televisive di divulgazione scientifica di basso livello. Chi non ricorda, infatti, il volto “misterioso” rilevabile da alcune foto scattate dalla sonda Viking 1 o l’impronta di uno “Yeti marziano” immortalata dalla sonda Phoenix nel 2008? Nulla importa se queste foto hanno una semplice spiegazione in termini di effetti ottici, l’importante è alimentare il mistero, anche se di mistero non si tratta, e fare audience. Ma solo cento anni fa le conoscenze del pianeta rosso erano ancora piuttosto scarse, tanto da alimentare le fantasie più ardite anche in chi si occupava professionalmente dell’osservazione del cielo.

Giovanni Schiaparelli
Non si può non ricordare, a questo proposito, la vicenda che coinvolse Giovanni Virginio Schiaparelli, celebre astronomo italiano noto in ambito scientifico soprattutto per i suoi studi sulle stelle doppie, sulle comete e stimato storico della scienza per le importanti ricerche sull’astronomia antica. Nel 1877, approfittando della posizione particolarmente favorevole di Marte, Schiaparelli compì una serie di osservazioni dettagliate del pianeta, individuando molti particolari della sua superficie fino ad allora non rilevati: valli, montagne, interi continenti, “mari” simili a quelli lunari ai quali dette dei nomi ispirati alla cultura classica, ancora oggi in gran parte utilizzati dagli astronomi. Ma gli elementi più caratteristici di questa nuova geografia marziana risultarono delle formazioni rettilinee, lunghissime, che egli chiamò canali.

La pubblicazione dei risultati delle osservazioni compiute da Schiaparelli venne accolta con grande interesse, data la reputazione internazionale di cui godeva, ma stimolò contemporaneamente un vivace dibattito tra gli specialisti. Le polemiche si incentrarono sull’origine, naturale o artificiale, dei canali, la seconda delle quali portava i suoi sostenitori alla conclusione che su Marte esistesse una civiltà almeno paragonabile alla nostra, in grado di erigere costruzioni imponenti estese per tutto il pianeta. L’astronomo italiano venne, suo malgrado, coinvolto in una querelle dai toni accesi che spesso portò a fraintendere o forzare le conclusioni a cui era giunto lo stesso Schiaparelli. Per lui quella dei canali artificiali, che non sostenne mai in articoli scientifici, era solo un’ipotesi bisognosa di ulteriori verifiche e nulla più. Ma nell’ambiente scientifico non tutti erano dotati del suo realismo e della sua prudenza. Ad alimentare la confusione ci si mise anche un’imprecisa traduzione dei suoi articoli in inglese. Per indicare le formazioni rettilinee che solcavano il pianeta venne usato il termine canal che in inglese sta ad indicare un canale artificiale e non quello, forse più appropriato, di channel.

Mappa di Marte di Giovanni Schiaparelli
Nel pieno infuriare della polemica fece la sua comparsa Percival Lowell, un ricco industriale di Boston con la passione per l’astronomia, che si era fatto costruire un osservatorio in Arizona dal quale compì osservazioni che lo convinsero dell’origine artificiale dei canali di Schiaparelli.
Percival Lowell
Ma andò ben oltre. Suppose, infatti, che su Marte ci fosse una civiltà simile alla nostra che lottava contro l’inaridimento del pianeta con la costruzione di gigantesche strutture idrauliche, i canali appunto, che consentissero la distribuzione dell’acqua dalle calotte polari a tutto il resto del globo. Lowell, che diffuse le sue idee attraverso pubblicazioni e affollatissime conferenze, non era uno sprovveduto: i suoi studi di meccanica celeste consentirono all’astronomo Clyde William Tombaugh di scoprire il pianeta Plutone. Ma nel caso di Marte il suo entusiasmo gli prese la mano. Nel 1909, infatti, l'astronomo francese di origine greca Eugenios Michael Antoniadi, utilizzando uno strumento molto più potente di quelli usati in precedenza, mise la parola fine alla polemica sui canali di Marte che risultarono semplici effetti ottici. E nel 1965 la sonda Mariner 4 ci ha inviato le prime immagini ravvicinate di un suolo marziano più simile a quello della Luna che a quello terrestre.

Le illusioni di una civiltà marziana sono quindi svanite per sempre anche se rimangono gli interrogativi, alimentati dal rilevamento nell’atmosfera di Marte di consistenti quantità di metano, circa la possibile presenza di microorganismi nelle profondità del pianeta dove una temperatura adeguata consentirebbe di avere a disposizione acqua allo stato liquido. Quella dell’origine biologica del metano atmosferico, però, non è la sola ipotesi che si può fare. Anzi molti studiosi ritengono che proprio l’abbondanza di questo gas faccia pensare che sia di origine geologica, residuo dell’antica attività vulcanica del pianeta.

Rappresentazione grafica di Curiosity su Marte
Per rispondere agli interrogativi circa la presenza di vita sul pianeta rosso, a Cape Canaveral in Florida tutto è pronto per il lancio della sonda Mars Science Laboratory (MSL) che porterà su Marte un robot alto 3 metri e dal peso di una tonnellata, dal significativo nome di Curiosity.
Autoritratto
Leonardo da Vinci
A bordo strumenti di ogni genere, dal Mars Hand Lens Imager (Mahli) per ottenere immagini ad alta risoluzione la superficie del pianeta al Dynamic Albedo of Neutrons (DAN) in grado di capire se c’è acqua nelle prondità di Marte. E poi strumenti di analisi chimica e un gascromatografo, uno spettrometro di massa e uno spettrometro laser per analizzare il suolo alla ricerca di molecole normalmente presenti in organismi viventi.

Comodamente “seduto” tra tanta tecnologia se ne starà anche un ospite d’eccezione: Leonardo da Vinci. Infatti il telegiornale scientifico della Rai TGR Leonardo ha proposto alla Nasa, che ha accettato, di mettere dentro Curiosity anche alcune immagini digitali del Codice del volo e il celebre Autoritratto.
Un uomo curioso vola verso Marte.


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Una bellissima animazione della Nasa illustra l'attività di Curiosity sulla superficie marziana.


pubblicato su Cronache Laiche

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2 commenti:

Maurizio ha detto...

Questa delle fantasticherie sui pianeti vicini è, a ben vedere, solo la riproposizione di quella febbre dell'immaginazione che ebbe a suo tempo per oggetto le regioni ignote del globo terrestre. Cinocefali, Gog e Magog, draghi e chimere, le tribù perdute di Israele, il Prete Gianni, esseri fantastici di ogni foggia venivano collocati - anche graficamente - negli angoli più remoti delle mappe, con preferenza per quella "Terra australis incognita" che, pur restringendosi inesorabilmente, con il progredire delle esplorazioni diventava un ricettacolo sempre più ricco e disordinato di una fauna che aveva animato i sogni dell'umanità fin dagli albori. Tutto ciò che doveva esistere, ma non si trovava, finiva laggiù. A cominciare dall’Eldorado e dalle sette favolose città d’oro di Cibola, per la gioia degli esploratori che, con questi miraggi, attiravano
sempre nuovi finanziatori, golosi di scoperte e ricchezze inimmaginabili. Perché, a quanto pare, di gente in gamba ma troppo propensa all’entusiasmo, come Percival Lowell, ce n’è sempre stata.
Queste fantasie hanno in realtà un’origine nobile: quando il globo era in gran parte ignoto, erano i filosofi e i religiosi che ne immaginavano la forma, deducendola razionalmente o dai propri miti cosmogonici. Così, nell’antichità, troviamo mappe sorprendenti che raffigurano il mondo secondo Aristotele, o secondo altri grandi filosofi antichi. Poi le esplorazioni e i progressi della cartografia hanno fatto giustizia dell’approccio deduttivo, portando a una nuova rappresentazione del mondo basata sull’evidenza euristica.
Ora che il globo l’abbiamo rivoltato ben bene, e lo stesso – benché da lontano – abbiamo fatto con i pianeti vicini, vedrete che saranno i neutrini presunti superluminali a farci sognare lo sbarco su mondi fantastici. E magari chissà, li troveremo pure questi mondi. In fondo, nell’esplorare il nostro pianeta, non è che non ne abbiamo trovate, di meraviglie: solo che erano molto diverse da quelle che avevamo immaginato. Spezzo quindi una lancia in favore dei sognatori: magari non ne hanno azzeccata una, ma è in buona parte alla loro voglia di emozionarsi che dobbiamo la spinta verso l’ignoto che ci ha portato dove siamo oggi, e che ancora più lontano ci porterà in futuro. Purtroppo il confine tra sognatori e mistificatori non è sempre netto… la confusione, credo, è uno dei tanti rischi che dobbiamo correre per avanzare sulla strada della conoscenza.

Giovanni Boaga ha detto...

Grazie Maurizio del bellissimo commento che condivido in pieno.
In fondo se essere sognatori non è una condizione sufficiente per fare grandi scoperte, è sicuramente una condizione necessaria.