sabato 7 gennaio 2012

Eppur si scioglie…

A chi interessa il futuro del nostro pianeta?

In uno dei frammenti che costituiscono il Digesto, opera giuridica voluta da Giustiniano e che raccoglie in 50 libri molti scritti di giuristi romani precedenti, si legge la raccomandazione che «[...] nulla dovesse tenersi esposto dinanzi alle officine e finalmente non si permettesse che fossero gettate nelle strade sterco, cadaveri o pelli d’animali». Un problema, quello dei rifiuti, che assillava quindi anche la Roma imperiale, nonostante l’efficiente rete fognaria assicurata dalla Cloaca Maxima e un servizio di raccolta e smaltimento che funzionò fino alla fine dell’impero. Transitare sotto un’insula – l’equivalente di un condominio moderno, alto fino a 10 piani e sprovvisto di servizi igienici – poteva risultare alquanto “pericoloso”, vista la non trascurabile probabilità di procurarsi un doccia non voluta a seguito dello svuotamento di qualche vaso da notte.

Se avventure come queste ci fanno sorridere perché lontane nel tempo, meno divertenti sono gli analoghi comportamenti che tutti i giorni le società industriali mettono in atto svuotando i loro pitali di gas serra dalla propria finestra sulla testa di tutti. E come per gli abitanti delle insulae romane era troppo faticoso fare le scale per buttare i rifiuti nelle apposite cisterne a piano terra, così i governanti moderni trovano intollerabile rinunciare alle comodità di cui godono i propri cittadini, soprattutto quelli che abitano ai piani più alti come gli Stati Uniti che si sono ben guardati di sottoscrivere il protocollo di Kyoto o Russia e Giappone che hanno respinto l’ipotesi di un suo rinnovo allo scadere della prima fase che avverrà il 31 dicembre del 2012. Un salto di qualità in questo senso lo ha fatto sicuramente il Canada che, sapendo di non poter rispettare l’accordo firmato nel 1997 sulla riduzione dei gas serra e, soprattutto, di andare incontro al pagamento di una penale di miliardi di dollari, ha deciso di buttare all’aria tutto e ritirarsi prima della data fatidica. Di qui e dall’ostilità dei paesi emergenti che inseguono il modello occidentale il prevedibile semifallimento della Climate Change Conference di Durban che, in sostanza, ha rimandato di anni decisioni che andavano prese subito, istituendo all’ultimo momento un gruppo di lavoro che avrà lo scopo di definire i dettagli del piano che sostituirà, nel 2020, il protocollo di Kyoto. Ancora sei anni di chiacchiere per produrre – ma non è detto – una bozza di trattato da discutere nel 2015.

Tutto questo quando continuano a uscire studi che forniscono misure sul fenomeno del riscaldamento globale, ricerche che evidentemente non vengono prese molto sul serio da chi deve decidere del nostro futuro. E mentre i rappresentanti dei paesi maggiormente responsabili se ne tornavano a casa, soddisfatti di aver salvaguardato a Durban i propri standard e gli interessi economici a essi collegati, era fresco di stampa un lavoro pubblicato sulla rivista Nature Climate Change dove si evidenzia come il tasso di aumento medio di emissioni di CO2 si stia attestando al 3,1% annuo. Dal 1990, anno di riferimento per il protocollo di Kyoto, le emissioni sono aumentate circa del 50% con una punta massima nel 2010 quando si sono raggiunti quasi i 10 miliardi di tonnellate di carbonio, metà delle quali rimaste in atmosfera: la CO2, prodotta soprattutto a causa dell’utilizzo dei combustibili fossili e della deforestazione, ha raggiunto una concentrazione di 389,6 parti per milione.

I risultati della ricerca relativi ai paesi maggiormente attivi nell’emissione di CO2 pongono la Cina al primo posto. Di seguito Stati Uniti, India, Russia e Unione Europea. Inoltre si sottolinea, come si osserva ormai da alcuni anni, che anche se i maggiori aumenti li registrano i paesi in via di sviluppo, dal 1990 al 2010 è aumentata dal 2,5% al 16% la quota di emissioni relativa a produzioni che, se pur fatte nei paesi emergenti, sono destinate ai paesi ricchi. Al contrario di chi deve decidere il da farsi prima che sia troppo tardi, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – gruppo intergovernativo di esperti in cui confluiscono due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente – prende molto sul serio risultati come quelli esposti. Per l’IPCC, che nel 2007 ha vinto il Premio Nobel per la pace per la sua attività di diffusione delle conoscenze sul riscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico, l’aumento di temperatura sforerà il tetto dei 2°C, limite che eviterebbe conseguenze disastrose sul nostro pianeta, come l’aumento del livello degli oceani a seguito dello scioglimento dei ghiacci e la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi.


Di questo aumento di temperatura molto sanno anche gli studiosi che si occupano della sorte dei ghiacciai, come i ricercatori del Centro de Estudios Cientificos (Cecs) di Valdivia in Cile che, in collaborazione con la Nasa, hanno tenuto sotto controllo il Jorge Montt, uno dei circa cento ghiacciai cileni in Patagonia. L’arretramento dei ghiacci registrato dagli scienziati cileni nel corso degli 11 mesi di osservazione, dal febbraio 2010 al gennaio 2011, ammonta a circa 800 metri, con punte di 25 metri al giorno. Piuttosto impressionante è la sequenza di 1445 fotografie scattate durante tutto il periodo e montate in un video dagli stessi ricercatori.
Ai difensori a oltranza dei propri interessi nazionali e degli standard acquisiti… interessa?

pubblicato su Cronache Laiche

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