sabato 12 maggio 2012

Sindrome cornuta

L'ennesimo attacco all'ambiente ispirato dalla superstizione

Falco Pecchiaiolo (Pernis apivorus)
Tra i vari richiami che l’Europa fa periodicamente al nostro paese, ce n’è uno particolarmente odioso e che ci fa vergognare di essere italiani. In questo periodo dell’anno alcuni nostri connazionali, evidentemente privi degli strumenti mentali necessari per concedersi svaghi intelligenti, si divertono imbracciando un fucile e sparando alle migliaia di falchi pecchiaioli, poiane, nibbi e albanelle, che ogni anno migrano dall’Africa all’Europa per riprodursi. Un’autentica azione di bracconaggio visto che in questo periodo l’attività venatoria è sospesa e che, soprattutto, si tratta di specie protette che costituiscono un elemento importantissimo per assicurare l’equilibrio ambientale e la diversità biologica.

La mattanza cui assistiamo tutti gli anni si svolge nella provincia di Reggio Calabria, contrastata dal Noa (Nucleo Operativo Antibracconaggio) del Corpo Forestale dello Stato e dai volontari della LIPU, la Lega Italiana Protezione Uccelli, organizzati in un campo antibracconaggio. Un’azione meritoria che ha portato anche quest’anno a denunce e arresti ma che risulta insufficiente a contrastare adeguatamente il fenomeno, tenuto conto della vastità del territorio e del fatto che i controlli ordinari risultano inesistenti, come più volte evidenziato in passato dall’organizzazione ambientalista.

Anche se, come scrive Giovanni Malara responsabile antibracconaggio LIPU, «senza la presenza del NOA e della LIPU le conseguenze per i falchi in migrazione sarebbero state molto più gravi», giornate come quella del 3 maggio, dove si stima (per difetto) che siano stati abbattuti almeno cento esemplari di falco pecchiaiolo (Pernis apivorus), dimostra che si deve fare di più moltiplicando i controlli. «Chiediamo al Prefetto di Reggio Calabria di sollecitare le altre forze di polizia a muoversi sul territorio – dichiara Fulvio Mamone Capria, presidente LIPU – troppe armi clandestine sono in mano ai bracconieri».

Poiana (Buteo buteo)
Un tempo a stimolare questa sciagurata attività erano tradizioni goliardiche come quella del Sindaco. Nel periodo del passo degli adorni, come vengono chiamati i falchi pecchiaioli in Calabria, chi non riusciva ad abbatterne neanche uno veniva definito “Sindaco”. Per una stagione intera diventava lo zimbello di tutti e si racconta che in alcuni paesini calabresi usava far montare al Sindaco un asino bianco per poi costringerlo a un’umiliante processione per il paese.

Oggi sembra che a muovere frotte di ottusi in mimetica, oltre al gusto di ammazzare un essere vivente, sia la paura di ritrovarsi un bel paio di corna sulla testa. Infatti un’antica superstizione locale afferma che l’uccisione di un falco pecchiaiolo metterebbe al sicuro dal rischio di tradimenti coniugali. Un convincimento che forse affonda le sue radici in antichi esorcismi contro le scorrerie dei pirati, per cui uccidere un falco significava vincere il nemico venuto dal mare, o nella tradizione alto medioevale che vedeva il falco come animale erotico, simbolo della seduzione attuata con sorpresa, per di più predatore di api, simbolo di purezza.

Un’antica malattia del maschio italiano quella della paura di perdere l’onore curata, come sempre, con dosi massicce di superstizione e ignoranza. 

pubblicato su Cronache Laiche

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