domenica 23 marzo 2014

Spallanzani vs Scopoli

Una controversia scientifica nell’Italia del secondo Settecento

Giovanni Antonio Scopoli
Fare un’importante scoperta scientifica deve essere sempre un’esperienza coinvolgente e inebriante, anche quando l’oggetto di tale scoperta non ha connotazioni romantiche. E sicuramente non le aveva l’animaletto che, agli inizi del 1784, fu per la prima volta classificato da Giovanni Antonio Scopoli, naturalista trentino che ha legato il proprio nome alla Scopolamina, alcaloide ricavato da alcune piante del genere Scopolia. Anche le circostanze del rinvenimento furono piuttosto singolari e poco piacevoli. Come lui stesso narra «questo meravigliosissimo, né mai più veduto, né descritto animale […] fu vomitato il 25 febbraio del 1784 nel Piemonte dalla moglie del sig. Vincenzo Domenico Grandi […] sei ore prima del parto». Dall’analisi che Scopoli ne fece il verdetto fu chiaro: era un verme intestinale, ma di un tipo singolarissimo e mai visto prima. Lo battezzò subito Physis intestinalis.

Nell’opera Deliciae florae et faunae insubricae del 1786 troviamo la descrizione dettagliata di questo «verme dal corpo rotondo, allungato, membranoso e molle», corredata da un disegno che ne illustra i particolari anatomici. E capiamo anche la ragione di quello strano nome: «Prego il lettore di riservare una buona accoglienza al mio verme: e poiché non somiglia ad alcun altro genere di vermi intestinali gli ho dato il bel nome di Physis dal vocabolo greco che vuol dire vescica, giacché il corpo cavo e dilatato di questo verme rassomiglia a una vescica». Galvanizzato da questa importante scoperta, Scopoli dedicò il “suo” verme nientemeno che al presidente della Royal Society di Londra, sir Joseph Banks. C'è chi dedica poesie, romanzi, canzoni... qualcuno dedica vermi. Quello che conta è il gesto.


Deliciae florae et faunae insubricae

Physis intestinalis

I rapporti con i colleghi dell’Università di Pavia, dove dal 1776 era stato chiamato per ricoprire le cattedre di Chimica e di Botanica, erano generalmente buoni. In particolare Scopoli aveva stretto amicizia con Gregorio Fontana, professore di Calcolo Sublime, Antonio Scarpa, che insegnava Anatomia e Chirurgia, e con il grande fisico Alessandro Volta. Non correva invece buon sangue con un altro pezzo grosso dell’università, Lazzaro Spallanzani, professore di Storia Naturale e Prefetto del locale museo scientifico, con il quale Scopoli aveva avuto attriti soprattutto sul modo d’intendere lo studio delle scienze naturali.

Lazzaro Spallanzani
Data la diversa statura scientifica e il grande prestigio di cui godeva Spallanzani è facile immaginare che Scopoli covasse un certo risentimento nei confronti del naturalista emiliano. Forte del successo conquistato con la sua scoperta Scopoli passò all’attacco e, insieme ai colleghi Fontana e Scarpa, accusò l’abate Spallanzani di essersi appropriato di preziosi campioni di minerali contenuti nel Museo di Storia Naturale. I tre sporsero regolare denuncia al neo eletto rettore Alessandro Volta. La reazione di Spallanzani a queste accuse infamanti fu, naturalmente, molto energica. Tornato da un viaggio di studio in Turchia, chiese che si svolgesse un’inchiesta nel corso della quale si difese con forza e dignità. Il risultato fu il completo riconoscimento della sua innocenza, sancito con decreto imperiale, e un monitum ai tre incauti accusatori per il tentativo fallito di screditarlo.

Intanto il vasetto contenente il Physis intestinalis faceva bella mostra di sé nel Museo di Storia Naturale di Pavia, mentre in tutta l’università cominciavano a circolare strane voci sul reale valore della scoperta dello Scopoli. Voci che spinsero Spallanzani a vederci chiaro sull’intera faccenda, poiché investiva il suo campo di studi e riguardava colui che riteneva essere il principale responsabile delle accuse subite.

Nel 1788 fu fatto circolare un libello dal titolo Lettere due del dottor Francesco Lombardini bolognese al sig. dottore Gio. Antonio Scopoli professore nell'Università di Pavia nel quale il destinatario delle missive era fatto oggetto di un attacco in grande stile. Dietro lo pseudonimo di Francesco Lombardini si celava proprio l’abate Spallanzani che con feroce ironia metteva in ridicolo il suo avversario. Il libro, che iniziava con la dichiarazione d’intenti esplicita di difendere l’onore del celebre professore di Pavia, conteneva critiche sarcastiche rivolte a molti aspetti della produzione scientifica di Scopoli. Venivano definite sciempiate bugie le osservazioni fatte all’organizzazione del Museo di Storia Naturale e narrata la vicenda della tormentata traduzione dal francese, fatta a più mani, del Dizionario di Chimica del Macquer che «Voi senza esitazione l’accettaste, quantunque sappiate egualmente l’idioma francese che l’italiano, vale a dire l’uno e l’altro malissimo». Un dizionario, secondo l’opinione di Lombardini-Spallanzani, «non tradotto ma tradito».

Museo di Storia Naturale di Pavia

Nelle lettere si evidenziava con chiarezza il diverso approccio allo studio delle scienze naturali. Spallanzani accusava Scopoli di essere un naturalista da museo, di basare le proprie ricerche solamente sull’osservazione di reperti museali, sfigurati dal disseccamento e dall’imbalsamazione, ma di trarre ugualmente scoperte importanti e di non fare ricerca sul campo come «i valenti Naturalisti, quelli, che hanno studiato la natura non dentro a morti musei, ma nel mondo vivente».

Museo di Storia Naturale di Pavia

Ma il pezzo forte doveva ancora arrivare. Dopo aver posto l’accento sul fatto che solamente l’assenza del Prefetto del museo aveva consentito l’esposizione di tal «maravigliosissimo verme», ceduto per pochi soldi ma con il sicuro guadagno di fama e decorazioni, l’autore delle missive passa all’attacco e raccomanda il lettore di predisporsi alle risa più sfrenate dopo tanti discorsi seri. «Sapete voi dunque, rispettabili miei lettori, cosa è cotesto non più veduto, né più immaginato verme, che è d’inestimabile prezzo, e che fa epoca nelle più grandi scoperte della Storia naturale? Di grazia prendete cura de’ vostri polmoni per non iscoppiare nel ridere. Egli è la trachea e l’esofago con buona parte del gozzo di una gallina»!

Le prove, secondo Spallanzani, erano evidenti. Le voci sempre più insistenti su quello che veramente conteneva il vasetto avevano oltrepassato i confini dell’ateneo e avevano invaso tutta la città.
Deliciae florae et faunae insubricae
E, raggiunto il culmine dello scandalo, improvvisamente e misteriosamente il vasetto era sparito. Lo stesso Volta, di fronte alle richieste di vedere il reperto da parte di alcuni visitatori milanesi, aveva dovuto ammettere che era stato portato via perché si era scoperto essere un falso. Inoltre nel libro era riportata la lettera del professor Malacarne di Torino, che di lì a poco ricoprirà la cattedra di Ostetricia e Chirurgia all’università di Pavia, che dichiarava di aver riconosciuto il “verme” descritto nel Deliciae florae et faunae insubricae come identico a quello che gli era stato recapitato per l’identificazione. Malacarne aveva avuto anche la premura di avvisare Scopoli dell’errore.

Il colpo di teatro, che distruggeva in un istante la fama del povero “animale”, appariva come il corollario di quanto precedeva. Le critiche al modo di procedere di Scopoli trovavano nel presunto verme un esempio lampante. Il barattolo era stato consegnato allo Scopoli con l’obbligo di non aprirlo e lui, accusato da Spallanzani di studiare più che altro reperti conservati in musei, non aveva fatto eccezioni e aveva potuto ugualmente ottenere i suoi risultati. Ma l’abbaglio di Scopoli non riguardava solo la zoologia: volendo dare al “verme” un nome che ricordasse la forma della vescica, confuse il termine physe (vescica) con physys (natura), «uno sproposito tanto majuscolo, da potervi essere dimostrato tale non già da un Grecista, ma da un fanciullo, che non sappia che balbettare in quella lingua le declinazioni dei nomi».

È quasi certo che lo Spallanzani fosse coinvolto in prima persona nell’identificazione della vera natura del Physis intestinalis. Ma ne era a conoscenza già da tempo e tirò fuori la questione solo successivamente per vendicarsi delle ingiuste accuse o addirittura lo confezionò proprio per svergognare lo Scopoli da lui ritenuto uno studioso con una formazione fatta esclusivamente sui libri?
Forse non lo sapremo mai. Certe sono, invece, le conseguenze che il libro e le altre tre lettere di Spallanzani contro il suo calunniatore ebbero sullo scienziato trentino, che morì quello stesso anno a causa, scrive Alessandro Volta, delle «persecuzioni » subìte «dal laborioso e celebre Scopoli».

pubblicato su
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