lunedì 20 ottobre 2014

Si fa presto a dire fulmine!

Lo strumento di divinazione più importante a disposizione degli etruschi

È ormai un fatto indiscutibile, si potrebbe dire una tradizione del nostro paese, il disinteresse degli amministratori per il dissesto idrogeologico, che trasforma eventi eccezionali in vere e proprie tragedie, come recentemente è accaduto a Genova. Eventi sempre meno episodici e dovuti a una tropicalizzazione del clima alle nostre latitudini che i governi delle nazioni industrializzate sembrano, nei fatti, ignorare, come quello italiano ignora lo stato del nostro territorio.

Un tempo, quando episodi del genere erano realmente rari in Italia, i fenomeni violenti legati al clima destavano comunque grande apprensione e suscitavano molto interesse. Una testimonianza di tutto ciò è fornita dalla visione che gli Etruschi avevano di una delle manifestazioni più impressionanti del cielo: il fulmine.

Oggi sappiamo che un fulmine è un fenomeno di natura elettromagnetica, una potente scarica elettrica che si origina nell’atmosfera per azione di un forte campo elettrico. Questi fenomeni di ionizzazione dei gas atmosferici possono tradursi in fulmini tra una nuvola e il suolo, tra due nuvole o due parti di una di esse, tra una nuvola e un oggetto in volo come un aereo, in ogni caso tra due corpi con grande differenza di potenziale elettrico. Contemporaneamente si genera anche un’onda d’urto, provocata dalla rapida espansione della porzione di gas ionizzato, che genera un forte rumore apprezzabile anche a grandi distanze, il tuono.

Per gli etruschi le cose andavano molto diversamente. Nei Libri Fulgurales, detti anche Vegonici perché fatti risalire alla dea Vegoia, si trovava l’esposizione completa del pensiero etrusco sull’argomento. Non sono giunti fino a noi ma ne abbiamo una testimonianza leggendo alcuni passi di autori latini, soprattutto quelli presenti  nelle Questioni naturali di Seneca e nella Storia naturale di Plinio il Vecchio, che avevano potuto consultare un testo perduto di Aulo Cecina dove si trovavano i dettami della disciplina tradotti direttamente dall’etrusco. Da essi sappiamo che vi si narrava dell’esistenza di tre fenomeni connessi tra loro ma di natura molto diversa: i lampi, i fulmini e i tuoni. «Il lampo rivela il fuoco e il fulmine lo scaglia», riporta Seneca, sottolineando la differenza che gli etruschi ritenevano esserci tra il fenomeno luminoso e il suo lancio (manubia).
Fegato di Piacenza - modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni etrusche
I Libri Fulgurales erano solamente uno dei tre gruppi di testi su cui si basava la religione etrusca. Insieme ai Libri Aruspicini (sull'interpretazione dei visceri animali) e ai Libri Rituales (sulle norme di comportamento nella vita pubblica e privata), contenevano l’intero corpus dottrinario. L’attenzione riservata ai fulmini, infatti, non era dovuta a mera speculazione o curiosità. La visione del mondo di questa civiltà considerava i fenomeni naturali come espressione della volontà divina, spesso contenenti addirittura un messaggio inviato agli uomini che non avevano altra scelta che adeguarsi o cercare di ingraziarsi la divinità con preghiere e sacrifici. Di qui la necessità di disporre di strumenti per interpretare tale volere, come l’analisi dei visceri degli animali, del volo degli uccelli e soprattutto dei fulmini scagliati dagli dèi.

Tomba degli Auguri - Necropoli dei Monterozzi, Tarquinia.
È proprio nell'interpretazione corretta di questi fenomeni atmosferici che gli etruschi riponevano la più grande fiducia, prova ne è l’articolata classificazione delle saette che veniva illustrata nei Libri Fulgurales. Qui, secondo la ricostruzione di Seneca, venivano riportate innanzitutto le tecniche per capire da quale parte della volta celeste proveniva un certo fulmine, quale era stato il suo percorso, dove era caduto e come si era manifestato il “fulmine di ritorno”. Era convinzione, infatti, che una volta arrivato a destinazione, il fulmine o la sua essenza facesse ritorno al cielo più velocemente: il non tornare nel suo luogo d’origine era considerato un segno infausto.
Questo accertamento preliminare era di fondamentale importanza, dato che il punto di partenza della scarica poteva rivelare quale dio l’avesse scagliata. Esistevano infatti per gli etruschi nove dèi “folgoratori” (novensiles) e undici tipi diversi di fulmini. Tre di essi li poteva scagliare solo Tin, la divinità principale assimilabile al Giove romano e allo Zeus greco, mentre gli altri otto erano riservati ad altrettanti dèi, tra i quali Menrva (Minerva/Atena), Uni (Giunone/Era), Maris (Marte/Ares).

Struttura del Templum caeleste
Allo scopo di pervenire a una determinazione quanto più precisa possibile di queste proprietà dei fulmini, gli etruschi avevano suddiviso la volta celeste (templum caeleste) in un complesso reticolo a partire dalle direzioni nord-sud (cardo), che divideva il cielo  in pars hostilis (verso ovest) e pars familiaris (verso est) , ed est-ovest (decumano), che lo divideva invece in pars postica (verso nord) e pars antica (verso sud). Le quattro regioni individuate dai due assi venivano ulteriormente suddivise in quattro ottenendo alla fine sedici aree più piccole. Questa struttura del templum caeleste consentiva una prima classificazione dei fulmini. Quelli provenienti dai quattro settori del quadrante nord-est erano considerati segni particolarmente positivi, mentre fortemente negativi erano quelli relativi a saette provenienti dai settori del quadrante nord-ovest. Tutte le altre aree erano ritenute più o meno fortunate a seconda della distanza da quelle precedenti.

Una seconda classificazione prendeva in esame la natura stessa dei fulmini, poiché ogni dio aveva a disposizione un fulmine con caratteristiche specifiche. Più articolate erano, invece, le possibilità di comunicazione con gli uomini a disposizione di Tin, potendo contare su tre tipi di manubiae. Il primo, detto presagum, non raggiungeva mai il suolo, apparendo come scia luminosa nel cielo e avendo il solo scopo di ammonire gli uomini. Se questo non fosse bastato poteva contare sull’ostentatorium. Qui Tin cominciava a fare sul serio e, dopo aver consultato i 12 dèi Consentes, scagliava una saetta che raggiungeva terra, a volte provocando danni ma senza mai uccidere nessuno, con l’intenzione precisa di spaventare. Il terzo tipo a disposizione era quello più terribile e la massima autorità del Pantheon etrusco lo poteva utilizzare solo dopo consultazione degli dèi Superiores et involuti. Era il manubia peremptorium, con conseguenze devastanti di distruzione e morte.


Affresco etrusco
Anche gli effetti prodotti dai fulmini possono essere presi come criteri di classificazione. Si poteva parlare, quindi, di quod terreat per indicare un fulmine che ha la funzione di spaventare, atterire; di quod adfet, quando gli effetti sono quelli di un vento che spazza via tutto quello che incontra; di quod puniat per significare una saetta consapevolmente scagliata del punire gli uomini.
Oppure ci si poteva lasciar guidare dal colore di fulmini che si osservavano. Scopriamo che gli etruschi distinguevano queste manifestazioni in manubiae albae (bianchi), che appartenevano a Tin, manubiae nigrae (nere), riservate a Sethlans, manubiae rubrae (rosse), probabilmente scagliate da Mari.

L’interpretazione dei fulmini, che si articolava in ulteriori classificazioni sulle modalità con cui interagiva col terreno, da sottile, fiammeggiante e perforatore (quod terebrat) a capace di rompere senza perforare (quod dissipat) o, addirittura, in grado di bruciare tutto (quod urit), risultava certamente un’operazione alquanto complessa e articolata in varie fasi successive a partire dalla determinazione, sulla volta celeste, del punto di partenza. Ma il risultato del lavoro dei fulgoratores, questo era il nome degli speciali sacerdoti preposti, non necessariamente portava a un risultato soddisfacente. I fulmini potevano risultare Vana, dal significato esistente ma non intellegibile, Bruta, senza alcun significato e Fatidica, aventi cioè un significato intellegibile. In ogni caso il sacerdote procedeva, con molta attenzione e recitando preghiere, attraverso le tre fasi di analisi sistematica, interpretazione dei segni ed eventuale espiazione e purificazione, concludendo con la raccolta delle tracce lasciate dal fulmine e la loro sepoltura in un’area che veniva successivamente recintata e dedicata al dio responsabile del fulmine. La chiusura dei buchi eventualmente lasciati dal fulmine, per evitare che qualche essere del mondo sotterraneo risalisse in superficie, concludeva il rito.

Jacques-Louis David, La morte di Seneca, 1773
Nelle Questioni naturali, una delle fonti principali su cui basare le nostre conoscenze su questo aspetto della cultura etrusca, Seneca non risparmiava critiche. Al sistema di interpretazione dei fulmini rimproverava soprattutto la fiducia incondizionata che essi riponevano in questa dottrina rispetto ad altre pratiche di divinazione, come l’analisi dei visceri o l’osservazione del volo degli uccelli. Quello che non andava proprio giù al grande filosofo romano era il fatto che il fulmine potesse cancellare in un sol colpo tutto quello che era stato preannunciato da altri segni e che, inoltre, il verificarsi di un prodigio successivamente a un fulmine e portatore di segni contraddittori, non avesse la possibilità di scalzare quanto stabilito dall'interpretazione della folgore. La presunta superiorità dei fulmini era assunta di principio dagli etruschi, indipendentemente dall'accuratezza con cui veniva compiuta l’analisi del volere degli dèi con altre tecniche. Seneca individuava in tutto ciò un'insanabile contraddizione logica legata al concetto stesso di verità. Confrontando due responsi in conflitto, l’uno ottenuto dall'analisi dei visceri animali e l’altro dallo studio di un fulmine, entrambi ottenuti scrupolosamente, non doveva essere possibile affermare che ci fosse una verità “più vera” di un’altra. Il Fato è uno solo: «Infatti non interessa quale delle due cose abbia un’apparenza più imponente o una natura più potente: se entrambe sono portatrici di segni rivelatori di verità, quanto a questo si equivalgono.»

Bartolomeo Manfredi, La zingara indovina
Quello che colpisce degli studi di archeoastronomia è la familiarità e l’attenzione che i popoli antichi dimostravano nei confronti del cielo, con il conseguente affinamento della sensibilità verso i fenomeni osservati. La classificazione etrusca dei fulmini è solo un esempio, anche se si tratta di un cielo più atmosferico che cosmico.
Una capacità di osservazione che noi oggi abbiamo perso completamente, salvo i professionisti del settore e i pochi appassionati, resi ciechi dall'inquinamento (atmosferico e luminoso) e dalla disattenzione generalizzata nei confronti dei fenomeni celesti. E in molti casi, purtroppo, alla sensibilità persa non si è sostituita una consapevolezza di quello che tali fenomeni rappresentano. Se ci fanno sorridere le interpretazioni che gli etruschi davano al fenomeno dei fulmini e le obiezioni di Seneca in merito, non dobbiamo dimenticare che nella nostra società prosperano visioni analoghe e non meno insensate, complice la grande accoglienza che ricevono dai mezzi di comunicazione di massa, dato che il fatturato di astrologi, cartomanti e maghi di ogni genere è in continua crescita. E se chi si rivolge ai moderni aruspici imparasse a guardare il cielo con gli occhi fantasiosi e raffinati di un antico etrusco ne ricaverebbe un grande vantaggio, non solo economico.

pubblicato su Cronache Laiche


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