lunedì 26 ottobre 2015

Albert Einstein ... sei nella lista!

Tra fallacie logiche e fragilità umane

Albert Einstein
Il tema dei rapporti tra la religione e la scienza è sempre vivo, soprattutto in tempi come questi nei quali il dibattito sul creazionismo esce dall’ambito americano e sbarca in Europa e in particolare in Italia: sono di recente memoria le polemiche infuriate sul convegno organizzato qualche anno fa dal vicepresidente del CNR dal titolo “Evoluzionismo, tramonto di un’ipotesi”. Un’invasione di campo, l’idea di un Dio creatore nella scienza, che ha già fatto sentire le sue conseguenze con alcuni tentativi di ridimensionamento dell’insegnamento dell’evoluzione biologica nelle scuole e che non tarderà a manifestare effetti ben più consistenti.
Ma quando si affrontano questioni legate a un ipotetico contrasto tra approccio religioso e approccio scientifico alla conoscenza del mondo che ci circonda, fa quasi sempre capolino una lista: l’elenco degli scienziati religiosi. Nelle intenzioni di chi afferma la compatibilità delle due visioni della realtà, l’estrazione di questo asso dalla manica dovrebbe chiudere ogni discussione, dimostrando l'inconsistenza delle tesi di chi sostiene l’opposto. Se esistono grandi scienziati che hanno detto e scritto di credere in Dio…

Michelangelo Buonarroti, Creazione dell'uomo - Cappella Sistina, 1508-1512
A ben vedere, però, si tratta di un gioco di prestigio che nasconde, come tutti i giochi di prestigio che si rispettano, dei trucchi. In questo caso i trucchi si chiamano fallacie logiche.

Affermazione del conseguente
Una prima obiezione che si può fare riguarda la natura stessa della lista. Perché l’esistenza di grandi nomi della scienza credenti dovrebbe avere una qualche particolare rilevanza e dimostrare inequivocabilmente la compatibilità tra scienza e fede? Si tratta di una fallacia argomentativa di tipo formale nota come affermazione del conseguente per la quale dall'affermazione di un effetto si ricava l'esistenza di una causa.
Nel nostro caso se A = compatibilità scienza-fede e B = esistenza scienziati credenti si può senz'altro accettare che
A → B


Infatti, che il mancato contrasto tra atteggiamento religioso e atteggiamento scientifico porti naturalmente gli scienziati ad essere religiosi è una premessa credibile. Come è perfettamente accettabile l'affermazione che esistano scienziati credenti: è un fatto. Ma stilarne una lista e pensare di aver dimostrato la compatibilità tra discorso scientifico e quello religioso è un errore logico. La derivazione che ne risulta, infatti, sarà

[(A → B) ∧ B]  |—  A
 

che non è logicamente corretta e appare come l'errata applicazione del modus tollens, una regola di inferenza del calcolo della deduzione naturale che si può esprime, invece, come

[(A → B) ∧ ¬B]  |—  ¬A

Qui la seconda delle premesse e la conclusione sono negate e la regola è valida. Nel nostro caso, infatti, è perfettamente corretto dire che, se non è possibile trovare scienziati credenti allora non è possibile conciliare le due visioni del mondo, vista la presenza dell'implicazione A → B, ma non ritenere che l'inferenza sia valida anche sostituendo le due negazioni con le corrispondenti affermazioni.


Francesco Hayez, Aristotele, 1811
Evidenza soppressa
Una seconda obiezione ai "costruttori di liste" nasce dalla domanda: perché fare leva sull'esistenza di scienziati credenti per dimostrare la compatibilità tra scienza e fede quando sarebbe possibile realizzare liste anche più numerose di scienziati che affermano il contrario? Ovviamente sarebbe altrettanto scorretto dedurre da queste liste di atei o agnostici, anche se più nutrite, l'incompatibilità tra i due approcci, ma il fatto che si faccia riferimento solo a scienziati che, in qualche modo, abbiano fatto professione di fede, rende il ragionamento viziato da una fallacia logica classica, nota come dell'evidenza soppressa. La parzialità delle argomentazioni a favore rende molto più convincente il ragionamento che, se completato delle parti omesse, risulterebbe meno incisivo. E lo sarebbe ancora meno se si prendesse l'iniziativa di controllare quello che alcuni scienziati, credenti e quindi facenti parte a buon diritto della lista, hanno sostenuto in merito all'accostamento fede-scienza. Si scoprirebbero casi da depennare perché in contrasto con quanto si vuole dimostrare, intellettuali che hanno resistito alla tentazione di confondere i diversi piani in cui si articola di discorso sul mondo. Un esempio per tutti quello di George Lemaître, uno dei più importanti cosmologi del '900, che ha combattuto per mantenere distinti i due approcci e lo ha saputo fare anche da presidente della Pontificia Accademia della Scienze.

Argumentum ab auctoritate
Negli elenchi di scienziati devoti non mancano mai pezzi da novanta ed è soprattutto su di essi che si tende a concentrare l'attenzione. Ma «[…] non tutto quello che dicono o scrivono gli scienziati fa parte della scienza», scriveva nei primi anni novanta il biofisico Mario Ageno (e concludeva «staremmo freschi!»).  Utilizzare la reputazione di grandi scienziati per avvalorare opinioni relative alla religione sembra quanto mai inopportuna e denuncia la presenza di un'altra celeberrima fallacia logica, l'argumentum ab auctoritate. Qui il gioco di prestigio sta nel richiamare l'attenzione sulla presenza in lista di scienziati di indubbio valore, quasi a cercare il "crisma scientifico", si può ben dire,  su questioni estranee alla scienza.

Michelangelo Buonarroti, Creazione della donna - Cappella Sistina, 1508-1512

Ad verecundiam
Ma l'argomentazione che fa leva sulla reputazione dei grandi scienziati nasconde il fatto che l'autorità di cui godono non ha niente a che vedere con la religione. Si può parlare, quindi, anche di fallacia ad verecundiam, visto che non è affatto scontato che gli scienziati siano sempre attrezzati culturalmente per dire cose interessanti e intelligenti su qualunque argomento non riguardi il proprio campo di studi, religione compresa. Di sfondoni è piena la storia della scienza...
È evidente che gli scienziati sono donne e uomini come tutti gli altri, con difetti e pregi e, soprattutto, persone che vivono in questo mondo. Come accade a ciascuno di noi, anche chi è abituato per professione a esercitare l’autonomia della ragione deve fare i conti con la sua esperienza di vita, con un’educazione che propone, nella maggior parte dei casi, un indottrinamento religioso molto prima di un qualsiasi addestramento scientifico e con i condizionamenti che gli affetti familiari e le convenzioni sociali creano. È un’alchimia che avviene dentro di noi e che crea risultati diversi, anche per gli scienziati. Un equilibrio che ha che vedere con la nostra psicologia e non con il rapporto fede-scienza.

Albert Einstein
Ad judicium
Ma quello che colpisce delle liste che vengono compilate è l’estrema eterogeneità delle posizioni degli scienziati coinvolti: da studiosi credenti e praticanti ad assertori di una visione panteistica della realtà. Se Dio è qualunque cosa finisce con esserne nessuna e l'idea di mettere tutti in un unico calderone con stampata in fronte l'etichetta "credente" appare quanto mai insensata. O forse il senso è proprio quello di sostenere le proprie argomentazioni facendo leva  sul loro numero elevato, trascurando le diverse posizioni. Siamo di fronte, quindi, a un caso particolare di argumentum ab auctoritate, nota come fallacia ad judicium, dove l'autorità è costituita dal gran numero di persone che sostengono una tesi.
Sembra più un gioco di prestigio ideologico che un vero argomento di discussione, visto che solitamente chi redige queste liste fa professione di fede in un Dio personale. Questo aspetto è particolarmente evidente per il fatto che, in ogni elenco che si rispetti, non può mancare il più grande (e soprattutto il più noto) degli scienziati del novecento: Albert Einstein.

Quello che il padre della relatività pensava di Dio e della religione ha talmente poco a che fare con quanto viene professato dalle religioni monoteiste che è veramente singolare che venga continuamente tirato in ballo in proposito. La sua è una religiosità cosmica che consiste nella coscienza di una realtà dall’architettura raffinatissima, nell’ammirazione per la struttura del mondo che la nostra mente comprende, anche se in misura limitata, e che consente di liberarsi dalle catene del «puramente personale». Non è la religione di un Dio personale che ricompensa e punisce l’oggetto della sua creazione, una religione fondata sul timore e sulla speranza. Non è una religione che informa la morale, che per Einstein «non ha nulla di divino, è una questione puramente umana». E non è neanche una religione che ha tra le sue Verità quella dell’immortalità dell’anima, se lui stesso non può immaginarsi «[…] un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee! ».

Insomma nulla che giustifichi la presenza del nome di Einstein in elenchi del genere, se non l’uso frainteso e disinvolto del termine Dio. E soprattutto nulla che giustifichi la presentazione di liste di scienziati credenti a sostegno della propria fede, un non sequitur che testimonia solo quanto grande sia la fragilità umana.


pubblicato su Cronache Laiche


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